Assoli di chitarra: hanno fatto il loro tempo?

jimi Hendrix

C'è chi sente di aver perso minuti preziosi ascoltando assoli fini a se stessi, e chi non può farne a meno per definire il rock. Voi da che parte state?

Cristiana Turchetti - Non tutti sono Hendrix

Nonostante sia cresciuta a pane e progressive, ho sempre avuto qualche problema con gli assoli, di chitarra e di qualsiasi altro strumento. Mea culpa, lo ammetto. L’abilità nel suonare uno strumento presa singolarmente per me è come un corpo perfetto che danza senza cuore, un esercizio di stile che gratifica soprattutto l’esecutore. Ma siamo sicuri che sei minuti di assolo all’interno di un brano di musica rock siano sempre giustificati?

Ricordo interminabili viaggi nella Diane verde smeraldo di mia mamma, con un mangiacassette che divorava tutti i tipi possibili di rock compilation fatte in casa e c’era un punto in cui arrivava, inevitabile, il momento di Free Bird. È li che ho capito la prima legge dell’automobile: la musica la decide chi guida. E potrei citare anche momenti di vita meno terrificanti, legati a brani (e assoli) come Comfortably Numb, Paranoid o Stairway To Heaven, che sono dei capolavori anche per quelle chitarre che rubano spazio ad altro.

Ma poi affiora anche la noia di minuti perduti per sempre, cercando di dare un senso a Sultans Of Swing, Hotel California, Eruption, Sweet Child O’ Mine, una serie infinita di virtuosismi fini a se stessi, che non parlano al cuore, che funzionano perché è così che devono funzionare, troppo prevedibili per convincermi del tutto. Dopo i primi anni Settanta, l’assolo era diventato un obbligo, e la noia ha preso il largo.

Nel tempo, la qualità espressiva ha lasciato spazio alla quantità espressiva e abbiamo dovuto aspettare che il punk sparigliasse tutto per avere un po’ di tregua. Vi ricordate i Buzzcocks? Boredom conteneva un assolo di due sole note, ripetute per quasi 30 secondi: era dedicato all’inutilità di questi virtuosismi. Se ne parlava e se ne cantava, allora come oggi.

E alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta, con il grunge, che bello esserci liberati dei Guitar Heroes! Poter prendere una chitarra ed essere in grado, chiunque di noi, di suonare un riff, esprimere qualcosa, urlare, cantare, spaccare tutto! Non tutti possono suonare come Jimmy Page, Hendrix, Eric Clapton, siamo tutti d’accordo, ma dei loro assoli non si apprezza solo la tecnica: di quei momenti musicali amiamo l’essenza creativa, il cuore, la passione, l’arte.

Ciò di cui si può fare a meno, invece, è l’abilità a tutti i costi, la velocità esecutiva sempre e comunque, l’ostentazione gratuita di agilità delle dita, insomma quella qualità fine a se stessa che è troppo simile a una sessione onanistica allo specchio. E via con i mea culpa...

Mark Paytress - Non togliete al rock la sua voce

Senza gli assoli di chitarra, il rock ne uscirebbe terribilmente impoverito. Jimi Hendrix che suona The Star-Spangled Banner non è soltanto il magnifico chitarrista che conosciamo. In quella circostanza, Hendrix usa ogni tipo di tecnica per suonarlo, ma quello che ne viene fuori trascende la tecnica, trascende lo strumento stesso e diventa altro, perché lui ci mette dentro la politica, la rabbia sociale, il pacifismo, e così quel pezzo di chitarra diventa storia.

Un altro esempio è Dark Star, dei Grateful Dead, dove Jerry Garcia suona la chitarra in maniera originale, usando le corde come fossero una tela di ragno e arrivando a un assolo “cosmico”, ma non in modo masturbatorio e autoreferenziale, piuttosto in maniera sottile, probabilmente l’opposto dello stile di Hendrix, ma con un risultato altrettanto eccellente. Non è un caso che questi due chitarristi vivessero nello stesso, magico momento storico.

E citerei anche Eric Clapton, che, a un certo punto, al massimo della sua libertà espressiva con i Cream, si è detto: “E adesso? Dove si va da qui?”, e infatti, poco dopo, ha iniziato a suonare in maniera più convenzionale. E poi Jimmy Page: in Dazed And Confused, come capita nella musica classica, il suo assolo legittima il brano intero.

Il fatto che ci si chieda se gli assoli siano ancora necessari alla musica rock è un po’ triste: il rock si esprime soprattutto live, dove i musicisti possono prendersi spazio. Non a caso, dalla fine degli anni Sessanta i dischi dal vivo hanno iniziato a spopolare, proprio perché il pubblico voleva rivivere quella dimensione.

I chitarristi, che, spesso, erano la mente della band, avevano finalmente occasione di parlare con la propria “voce”, gli assoli erano una specie di dialogo tra loro e il pubblico, un momento di comunione musicale a cui non si poteva più rinunciare; parlo di quell’energia che ti arriva dal palco e che tu rimandi indietro sul palco e che rende quell’esperienza unica.

Ecco, quella forza lì è stata largamente veicolata dagli assoli, da chitarre e altri strumenti suonati con tale passione creativa che ti portano via, in un’altra dimensione. Questo, per me, è il senso ultimo della musica. Non posso dire che tutti gli assoli di chitarra funzionino o che abbiano funzionato, ma darei al rock la dignità di genere musicale; così come alla musica classica e sinfonica e al jazz si per-mette di spaziare, di progredire, di improvvisare senza badare troppo a schemi e convenzioni, a maggior ragione, lo si deve al rock, che nasce esattamente per questo.

Questo articolo è tratto da «Classic Rock» n.109, disponibile in tutte le edicole e sul nostro store online. Acquista subito la tua copia!

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