Berlino offrì a David Bowie la possibilità di rialzarsi e produrre una trilogia a dir poco sensazionale, con la complicità di due amici silenziosi: Brian Eno e Robert Fripp

Berlino non dorme mai, e quando lo fa, il suo sonno è sempre agitato. Dal rombo dei locali notturni, dai cantieri in continua attività, ma anche dagli spettri del suo passato, tuttora visibili, e che nessuno ha mai voluto cancellare: la chiesa decapitata dell’imperatore Guglielmo rimasta com’era dopo i bombardamenti del 1943; l’angosciante memoriale dell’olocausto sulla Ebertstraße, e il chilometro di muro superstite lungo lo Spree. Colta ed elegante nel Settecento, spavalda e imperiale nell’Ottocento, ma il cui mito bohémien degli anni Venti fu eclissato dal nazismo e dalla costruzione del muro che la divise in due. Una lacerazione profonda che nessun’altra città dovette mai subire, e che neppure la riunificazione del 1989 riuscì a tamponare.

Ma le ristrutturazioni, si sa, mettono le ali ai mattoni. Con incrollabile tenacia teutonica, si pianificò prima la suburbanizzazione delle ex aree orientali (le sole in cui si poteva costruire massivamente), poi furono bonificati i quartieri più degradati in preda agli hausbesetzer, mentre il restyling del centro fu affidato ad architetti di chiara fama: Helmut Jahn (suo l’avveniristico Sony Center presso la Potsdamer Platz), Norman Foster. Una frenesia innaturale partorì quella che fu chiamata la Neue Berlin, ma tra ristrutturazioni, espropriazioni e un’ipervalorizzazione immobiliare che acuì nuovamente il divario sociale, il meccanismo s’inceppò scoperchiando una megalopoli opulenta, dalle potenzialità infinite, ma ancora cicatrizzata e incerta. Orfana grazie a Dio delle sue velleità autoritarie, ma anche di quel torbido fascino antagonista che intorno alla metà degli anni Settanta la trasformò in culla della controcultura europea. Un’isola libertaria in cui bastava essere residenti nel settore Ovest per essere esentati dal servizio militare; che offriva ai potenziali squatter un’altissima disponibilità di case sfitte o abbandonate, e dove i militari, anziché controllare la città, se la spassavano nei nightclub di Charlottenburg, lasciando droghe e prostituzione minorile circolare indisturbate.

Un bengodi quindi per ogni sottogenere di fauna urbana, ma anche per quegli artisti che, come David Bowie, Iggy Pop e Nick Cave, stavano attraversando il loro periodo più chimico, e per questo ne avevano fatto la loro sede operativa. In particolare Iggy e David, che dal 1976 al 1978 condivisero un appartamento in Hauptsraße 155. Dei due coinquilini, però, era David quello più problematico. Iggy stava lentamente resuscitando da un lungo silenzio artistico e personale,  mentre lui, indebolito dalle perversioni californiane, doveva dare un erede a STATION TO STATION, l’album che lo aveva traghettato dal glam al dandy, tumulando definitivamente il mito di Ziggy Stardust. Al suo posto, c’era ora il thin white duke, il gracile duca bianco che con algida eleganza centrifugava rock, ambient e avanguardia, e si presentava solo sul palco con aria aristocratica e decadente, proprio come quella che si respirava a Berlino. Ma Mr Jones non era lì soltanto per quello…

Bowie: Berlino dopo Los Angeles, cercando di non combinare ulteriori disastri…

Doveva dimenticare i chili di cocaina inalati a Los Angeles, tornare a una vita normale, e possibilmente non combinare ulteriori disastri. Per esempio, mandare a monte il matrimonio con Angie, che disgustata dalla sua condotta pensò bene di portare il piccolo Zowie (nato nel 1971) più lontano possibile dal padre, o darsi arie da neonazista procurandosi anatemi da tutto il mondo. Velo pietoso infine sulla sua tossica recitazione in The Man Who Fell to Earth di cui, per sua stessa ammissione, “non capiva nulla di ciò che stesse accadendo”, e il compitino berlinese era presto assegnato: darsi rapidamente una ripulita.
Per qualche settimana a dire il vero non ci riuscì molto bene, complice l’amico tentatore Iggy Pop, col quale fece bagordi nei locali più lubrichi della capitale come l’Unlimited e lo Dschungel sul Kurfürstendamm, e frequentò i peggio ritrovi per gay, escort e transgender. In più, in una notte di fine agosto, e sempre accanto a Iggy, qualcuno lo vide pure guidare come un pazzo, speronando ripetutamente la macchina di un pusher, reo a suo dire di averlo rispettivafregato, ed entrare a ottanta all’ora nel parcheggio sotterraneo del suo hotel urlando di volersi schiantare contro un muro.
La gimcana durò parecchio, fortunatamente la benzina finì prima che accadesse il peggio, e una volta fermi i due sciagurati esplosero in una crisi isterica. Nulla di fatto anche stavolta, l’episodio venne semplicemente ricordato nel brano Always Crashing In The Same Car, ma era ovvio che non si poteva andare avanti così.

Probabilmente David non ce l’avrebbe fatta da solo, ma a quel punto intervenne Corinne Schwab, detta “Coco”, sua assistente personale dal 1973, la cui enorme devozione gli salvò la vita. “A quei tempi ero completamente fuori, ma solo Coco mi fece capire quanto fossi stupido, e come riprendere in mano la situazione”, confesserà Bowie anni dopo. Non a caso, le avrebbe lasciato in eredità la bellezza di due milioni di dollari. Che poi i due siano stati amanti, non è dato di saperlo…

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