Soundgarden: lo spirito di Seattle

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foto: Glen La Ferman

Nessuno ha mai reso il sound e lo spirito di Seattle meglio dei Soundgarden.

Da totali sconosciuti a padrini del grunge, dallo scioglimento rancoroso all’imperiosa reunion e alla tragica e improvvisa fine, ecco la storia di un gruppo unico al mondo.

Cala la notte sulla costa di Rimini, e per i Soundgarden sono stati giorni lunghi e massacranti. Il gruppo si è fatto strada per l’Europa, suonando il suo LOUDER THAN LOVE in un mix di locali e piccole sale da concerto, per un tour che culminerà in uno show sold out all’Astoria di Londra. Due notti fa, i freni del tour bus si sono rotti su una ripida discesa di montagna. Quando sono arrivati in fondo, il freno a mano era distrutto e il bus era fermo in equilibrio precario sul ciglio di un dirupo. Immaginatevi la fine di Un colpo all’italiana (film del 1969 con Michael Caine), ma con meno bulloni dorati. Come se non bastasse, il giorno dopo al batterista Matt Cameron è stata diagnosticata un’appendicite e il gruppo sta valutando l’ipotesi che Chris Cornell suoni la batteria e canti allo stesso tempo nel corso di questo concerto in una città del Nord Italia, proprio come faceva ai suoi esordi.

Siamo seduti in una stanza d’albergo che ha mura di cemento e letti di acciaio. Nel futuro dei Soundgarden ci sono cose favolose ad attenderli, ma per adesso i ragazzi dormono in letti a castello in stanze simili a celle. Ma questa è l’ultima delle preoccupazioni di Cornell: “Tutti mi strizzano il culo. È un’usanza del posto?”, chiede. “Ho ancora i segni”. A voler essere onesti, è bellissimo, una vera rockstar, e sul palco ha iniziato a indossare solo pantaloncini di media lunghezza e scarponcini Doc Martens. Ha la pelle olivastra e capelli che ti fanno venire voglia di chiedergli che shampoo usa.

È perfettamente in sintonia con la musica di LOUDER THAN LOVE, il loro debutto per una major – la A&M – un disco molto sludge, che ammicca ai Black Sabbath e ai Led Zeppelin, divertente, sfrontato, sicuro di sé.

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Big Dumb Sex sbeffeggia i gruppi di fine anni 80 che nei loro brani parlavano di sesso, ma senza mai dire nulla di veramente serio (un esempio: ‘Hey I know what to do / I’m gonna fuck fuck fuck fuck you / Fuck you ya I know what to do’). Ma i Soundgrden sono sempre stati un gruppo dalle molte facce: avevano avuto un tour manager chiamato Eric che avevano ribattezzato Gunny Junk, in omaggio ai gruppi hair metal di LA che quasi senza volere avevano asfaltato, e dal vivo eseguivano cover degli Spinal Tap e dei Cheech & Chong. Kim Thayil, il chitarrista, avrebbe parlato molto volentieri degli aspetti metafisici di un personaggio del manga Viz, come degli aspetti culturalmente più interessanti delle città che la band visitava.

La maggior parte dei gruppi passavano il tempo al bar o rintanati nelle loro stanze d’albergo, i Soundgarden no: una volta, impiegarono un intero pomeriggio per farsi strada tra la boscaglia fino ad arrivare sulle rive dello specchio d’acqua che dà il nome a Salt Lake City.

Non c’è da stupirsi che la storia li abbia incoronati come il più interessante, fondamentale e duraturo tra i gruppi emersi dalla costa nord ovest del Pacifico. E alla fine, sarebbero diventati anche il più confuso e il più tragico.

Un’ultima vignetta da questo viaggio in Italia: Chris Cornell esce dal locale, strappando in quattro parti un poster del gruppo, per avere qualcosa su cui scrivere la setlist di quella serata. Passerà i due giorni successivi spiegando ai giornalisti che in quel gesto non c’era nulla di simbolico, e che non significava la fine del gruppo. “Amico”, disse una sera in cui eravamo nel bus, “avevo solo bisogno di qualcosa su cui scrivere”.

La scultura di Douglas A Sound Garden si staglia sul Lake Washington, a Seattle. Quando il vento soffia, le 12 torri di acciaio emettono note lunghe e sommesse, mentre le canne tubolari si spostano al passaggio della brezza. Hanno un aspetto inquietante, in contrasto con i suoni affascinanti che riescono a creare. Dopo la morte di Cornell, è diventato un memoriale del cantante. Ma oggi è il 1984, e Cornell e il bassista Hiro Yamamoto stanno improvvisando con il chitarrista Kim Thayil. Cornell è ancora un cantante/batterista, fino a quando Scott Sundquist non si unirà a loro per suonare la batteria.

L’articolo completo, a cura di Philip Wilding, è su Classic Rock n.71, disponibile qui.

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