INTERVISTA: Orietta Berti parla di Luigi Tenco

Dallo snobismo da parte della stampa, a Luigi Tenco. Ecco la seconda parte dell’intervista a Orietta Berti. La trovi all’interno di Vinile 24, in edicola e in digitale.

I dispiaceri per Orietta Berti non sono arrivati solo dal mondo della canzone, ma anche e soprattutto dalla stampa. Agli inizi c’erano rapporti più che cordiali; poi verso il ’69 è subentrata una certa diffidenza dovuta a un tuo sempre più crescente successo presso il pubblico più genuino. I giornalisti hanno cominciato ad attaccarti sotto ogni profilo, dal privato all’artistico. Negli anni Settanta siamo giunti all’apoteosi di cattiveria e maleducazione.

È vero, anche perché, come dicevo prima, in Polydor nessuno faceva regali, nessuno era cortese con la stampa. E loro, abituati in maniera molto diversa, si vendicavano. E poi di loro ci mettevano anche una certa dose di prevenzione. Basta dire che nel ’69 io portai a Sanremo Quando l’amore diventa poesia, che era di Mogol-Soffici, e qualcuno scrisse “La Berti porta la solita marcetta”. Marcetta?

Non l’avevano neanche sentita…

Non avevano neanche ascoltato il pezzo, perché come arrivava il materiale dalla Phonogram di Orietta Berti loro lo cestinavano a prescindere, non l’ascoltavano neanche… Ma io penso che sia stato… Hai presente il biglietto che ha lasciato Tenco a Sanremo? Adesso sembra che non sia vero niente, no? C’è un’associazione, ci sono 42.000 firme, un’associazione che sostiene l’idea che lui sia stato ucciso, perché la pistola con cui è stato ucciso non era quella che gli hanno ritrovato vicino, ma era un’altra. Poi lui aveva delle ecchimosi in faccia e cadendo non se le era potute fare… Ancora: era sporco di sabbia. In albergo la sabbia? E il biglietto con la sua calligrafia, quella frase che lui ha detto “faccio questo non perché non amo la vita, ma perché una giuria che mette al primo posto Io tu e le rose e fa il recupero de La rivoluzione…” ecc. Ebbene, in questo famoso biglietto pare che le ultime righe non fossero state scritte da lui. Gli appartenenti a quest’associazione di cui ti parlavo, che sono suoi ammiratori da sempre, dicono che c’era un errore madornale di grammatica, un errore che lui non avrebbe mai potuto fare: c’era scritto “che hanno selezionato”, con due “elle”, e questo non è possibile. Lui non avrebbe mai scritto con “due elle”. Quindi, l’ha scritto o uno straniero o uno che in quel momento era talmente agitato e che per la fretta non ha avuto il tempo di controllare quello che scriveva. Mi hanno mandato un’altra lettera proprio l’altro giorno dicendo che vogliono far riaprire il caso. Sembra che ci fosse anche una questione di scommesse: su di lui avevano scommesso tanto perché Dalida veniva già da un successo fortissimo [Bang Bang, ndr] ed era la cantante del momento. Pensavano, insomma, che la vittoria fosse assicurata. Perdendo lui, è cambiato tutto. C’erano dei soldi in ballo… insomma, tutta la faccenda è molto oscura. Io sono sempre stata rincuorata innanzitutto dal fratello che mi telefonò il giorno stesso dicendo che lui aveva letto il bigliettino e non credeva assolutamente che Luigi fosse arrivato a quel punto lì… perché, diceva, intelligente com’era, non si mette a scrivere un bigliettino perché hanno ammesso in finale tale canzone anziché la mia… Non era a quei livelli. E poi fui rincuorata anche da Sandro Ciotti, che era un suo caro amico e che ha detto “non è la sua calligrafia e non avrebbe mai scritto cose di questo genere”. Pensa che il pomeriggio io avevo fatto le prove prima di lui. Mi ricordo che Pattacini, che era un mio vicino e abitava al paese vicino al mio, mi disse: “Ma sai che il tuo valzer non è male? È proprio adatto a questa manifestazione; e poi pur essendo un valzer è dignitoso, un po’ alla francese”. Perché Pace scriveva un po’ “alla francese”, era molto amante della musica francese. E così ci siamo scambiati [con Luigi Tenco, ndr] un po’ di chiacchiere. Io avevo visto i suoi manifesti in un teatro di Piove di Sacco, nel Veneto. Gli dissi: “Ehi Luigi, tu ci devi andare una settimana dopo di me, e ti dico che c’è un pubblico molto caloroso e numerosissimo ed è anche un bel locale”. Frasi di lavoro fra colleghi. Non penso proprio che lui avesse in mente qualcosa di strano, tantomeno dell’odio nei miei confronti o di qualcun altro. Poi eravamo tutti in gara. Ma che cosa vuol dire, la mia canzone è più bella della tua e meritava di più. Tanto più che lui faceva delle canzoni d’amore, perché Se stasera sono qui è una bellissima canzone d’amore. Però la canzone che ha portato lì a Sanremo era molto più commerciale delle altre. Ciao amore ciao non era molto in linea con il suo stile; lì avevano anche un po’ forzato la mano, secondo me, i discografici della RCA dicendo “la canta la Dalida e quindi ci vuole un pezzo più popolare”. Ripeto, io non ho mai creduto a quel biglietto, mai… proprio mai. E lo ripeterò per tutta la vita.

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