Perché BORN IN THE U.S.A. di Bruce Springsteen è ancora attuale

Usciva il 4 giugno 1984 l'album più fortunato di Bruce Springsteen. Un disco spesso frainteso, come la sua titletrack, che ancora oggi risuona carica di rabbia.

Quando Bruce Springsteen, poco più che adolescente, suonava ancora nei Castiles (ve ne abbiamo parlato in questo articolo), il batterista Bart Haynes, con un "sorriso ebete sul volto", appese un giorno le bacchette al chiodo e partì per il Vietnam. Fu il primo soldato di Freehold a trovare la morte in combattimento, ucciso da un colpo di mortaio nella provincia di Quang Tri.

In Vietnam, Bruce non ci andò mai. Quando, nel 1968, trovò una lettera nella cassetta della posta che lo invitava a presentarsi alla visita militare, cercò una scusa valida per fare marcia indietro. Pensò di dichiararsi omosessuale oppure un "hippie disadattato". Alla fine, non ce ne fu bisogno perché, a bocciarlo nel test sulle capacità fisiche, fu un trauma cerebrale di cui aveva sofferto l'anno prima a causa di una brutta caduta dalla moto.

In quel momento, Springsteen ne uscì sollevato. Eppure, anni dopo, avrebbe ammesso di sentirsi in colpa perché qualcuno, invece, si era arruolato al posto suo.

Il Vietnam fece comunque capolino nella vita del Boss, qualche anno più tardi. Bruce conobbe infatti Ron Kovic, autore del libro Born on the Fourth of July e Bobby Muller, uno dei fondatori della Vietnam Veterans of America, entrambi tornati dalla guerra in veste di pacifisti ed entrambi sulla sedia a rotelle.

Forse in debito nei loro confronti, forse ripensando al primo amico caduto, Springsteen abbozzò allora quelle che sarebbero state poi le canzoni di NEBRASKA, e un pezzo di nome Vietnam, che racconta la storia di un veterano di umili origini di ritorno dalla guerra. È l'origine di Born in the U.S.A., la traccia che avrebbe dato il nome all'omonimo disco del 1984.

Un disco di successo, sulla copertina del quale Bruce appare in blue jeans, maglietta bianca e cappellino rosso con, sullo sfondo, le strisce della bandiera americana.

BORN IN THE U.S.A. non è solo la sua titletrack: è anche Dancing in the Dark, My Hometown, Bobby Jean. Eppure quel "blues di un reduce" risuona ancora oggi forse più potente delle altre tracce. Merito della sua storia, prima e dopo la sua pubblicazione.

Born in the U.S.A. è stato infatti uno dei brani più fraintesi del rock. Il presidente Ronald Reagan lo definì un "inno di speranza per il futuro del paese", ma la canzone è, pur con le sue energiche sonorità vicine al pop, l'altra faccia di NEBRASKA, il sofferto e amarissimo album acustico uscito due anni prima.

È la faccia scomoda dell'America, che dal Vietnam non ha riportato vittorie e motivi di orgoglio, ma solo traumi fisici e psichici. L'America che, allora, aveva toccato il punto più basso, dopo aver tentato di volare troppo in alto.

Down in the shadow of the penitentiary
Out by the gas fires of the refinery
I'm ten years burning down the road
Nowhere to run ain't got nowhere to go.

Essere "nato negli U.S.A." non è, per il veterano protagonista della canzone, un motivo di orgoglio. Una volta tornato in patria, dopo essere stato mandato a morire in una terra straniera, il soldato non ha più lavoro né sogni di gloria. E sono dieci anni che "non sa dove andare". 

L'American Dream? Bruce Springsteen non l'ha mai celebrato a occhi chiusi perché ha sempre saputo che, come qualsiasi paese, l'America è fatta di persone e le persone sbagliano. E se The rising sarebbe risuonata davvero, nel 2002, come un canto di speranza dopo l'11 settembre (ve ne abbiamo parlato qua), BORN IN THE U.S.A. levava invece in alto, fin dalla sua uscita, la protesta.

Del resto, venendo ai giorni nostri, Bruce Springsteen ha sempre ribadito le sue posizioni politiche contro Donald Trump, accusato più volte di aver minato le tradizioni democratiche della nazione e di aver alimentato il razzismo sistemico. 

Proprio ieri, inoltre, in occasione del quinto appuntamento della sua trasmissione radiofonica "E Street Radio", il Boss ha rivolto un pensiero a George Floyd, l'afroamericano che ha perso la vita in modo ignobile lo scorso 25 maggio a Minneapolis.

Bruce, in diretta, ha dedicato la sua American Skin (41 shots) a Floyd:

Questa canzone dura 8 minuti. È il tempo che ha impiegato George Floyd per morire.

Born in the U.S.A. non c'era in trasmissione. Sicuramente, se ascoltata oggi (magari tra le vie di Minneapolis), potrebbe fare un altro effetto rispetto al 1984. Ma, in fondo, il tema è lo stesso: gli americani, allora, dovevano tornare a credere nell'America. Per farlo, dovevano ammettere di aver toccato il fondo.

Nel 2020, di nuovo, si può solo risalire.

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