Neil Peart: come i musicisti ricordano il Professore del prog

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Un batterista versatile, un paroliere colto e poliedrico, un uomo gentile. Queste sono solo alcune espressioni che i musicisti del rock regalano al ricordo di Neil Peart e che noi rievochiamo per l'anniversario della sua scomparsa, datata 7 gennaio 2020. 

In un'epoca frammentaria, altalenante e complessa, la musica rimane uno dei più potenti strumenti unificatori. Basti pensare ad artisti come Dave Grohl, Mike Portnoy e Lars Ulrich, portavoci di stili differenti e sfaccettati, ma uniti da un simbolo estetico: Neil Peart. Così l'iconico batterista, cuore pulsante dei Rush, ha scritto un capitolo fondamentale della storia del progressive. Sin dal suo ingresso nella band, nel 1974, in sostituzione dell'ex batterista John Rutsey, Peart ha impresso con cuore e cervello la sua firma. Da un lato il suo stile rievocava il virtuosismo e l'imprevedibilità di Keith Moon, dall'altro la tecnica e il perfezionismo di John Bonham, fino a omaggiare la magia jazz della sua principale guida, Buddy RichPer questo la sua scomparsa, avvenuta il 7 gennaio 2020, ha gettato un velo cupo sul panorama rock.

Alcuni dei più iconici musicisti e amici del Professore lo hanno ricordato, non solo come pirotecnico maestro dei rullanti, ma anche come uomo gentile e passionale. Perché per dare una svolta indimenticabile alla tecnica è necessaria una passione sconfinata per il proprio mestiere. Così, chi ha reso i suoi insegnamenti una legge musicale, lo rimembra al massimo delle sue forze, sul palcoscenico, indomabile. Prima del 2015, quando l'artista si è ritirato dalle scene e prima degli ultimi tre anni e mezzo in cui Peart, silenziosamente, ha combattuto contro un tumore al cervello. E a testimoniare il suo lascito ereditario si sono messi in prima linea Alex Lifeson e Geddy Lee, storici colleghi musicali, per 45 anni, nei Rush. Si è poi unito al commiato Dave Grohl, a ricordare Peart come un gigante del rock 'n' roll, il primo musicista che lo ha spinto a prendere in mano due bacchette e a rendere la batteria un'estensione corporea.

In particolare Grohl ha rievocato 2112il megalitico album dei Rush del 1976, il cui Lato A, diviso in sette parti, è interamente scritto da Peart. Qui riposa la sua più pregna ispirazione fantascientifica, costruita sui romanzi della scrittrice di origini russe Ayn Rand, in particolare Anthem, già mattone fondativo del secondo album FLY BY THE NIGHT. E non è un caso che all'Ayn Rand Institute, il capolavoro discografico venga sottoposto in analisi agli studenti in confronto ad Anthem. Anche il mondo letterario riconosce quindi come il Professore abbia trasposto in musica la condizione esistenziale e filosofica dell'uomo, ritratta in una dimensione parallela. Tale considerazione vive anche nelle memorie di artisti come Bryan Adams, Paul Stanley e Gene Simmons, che non hanno mancato di regalare una parola a Peart.

Ma la frase più distintiva di tutte è quella di Taylor Hawkins, batterista dei Foo Fighters, che ha affermato: "Neil Peart aveva le mani di Dio. Fine della storia." Un'espressione coincisa e simbolica, che in sé raccoglie tutta l'esistenza di una personalità. Ed è ironico pensare che lo stesso Peart, da giovane, per le strade di Toronto, scriveva sui muri "Dio è morto"citando uno dei suoi idoli estetici indiscussi, Friedrich Nietzsche. Così, quasi inconsapevolmente, sia Grohl che Hawkins hanno tratteggiato nei loro omaggi due componenti tematiche fondanti della scrittura di Peart. Perché la sua storia si crogiola anche nell'indimenticabile tocco da paroliere, con testi mirifici e immaginificiE questi hanno avuto un ruolo fondante nel passaggio dall'imprinting zeppeliano degli esordi, al progressive sperimentalista degli Emerson, Lake & Palmer e degli Yes.

Una crescita consolidata, dove la poesia compositiva si affianca allo splendore combinatorio delle parole. Per questo è eternamente simbolica, soprattutto in occasione dell'anniversario della scomparsa di Peart, la sua frase in Dreamline (1991): "Siamo immortali solo per un breve lasso di tempo". Torna dunque alla memoria quell'immortalità mediatica conferita dai quindici minuti di celebrità di Andy Warhol. Ma l'egida artistica del Professore si è protatta quasi per mezzo secolo, per poi rintanarsi in una fragilità e una chiusura rispettosa degli ultimi anni. Gli stessi Lifeson e Lee hanno consigliato, nel loro commiato, di ricordare Peart con una donazione benefica per la ricerca sul cancro. Un omaggio alla capacità costante e sconfinata di Peart di dare, senza chiedere nulla in cambio. 

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