Anni ’80, lato B: la faccia nascosta degli Eighties in 10 dischi

7 - FRANK MARINO

Per i rocker abituati a valutare solo la punta dell’iceberg, ovvero ciò che emerge a livello di grandi audience, gli 80 possono sembrare un decennio minore. Eppure...

Al di là delle mascherate dei cosiddetti nuovi romantici e del dominio del pop elettronico, quegli anni hanno regalato un’enorme massa di musica straordinaria, la cui unica “colpa” è stata quella di essere rimasta sommersa, relegata a culto per cerchie più o meno ampie di appassionati che non volevano accontentarsi di quanto finiva sotto i riflettori del circuito mainstream. Dubbiosi?

Pensate al post-punk, alla NWOBHM, all’hardcore, al recupero creativo (e non) dei Sixties, al thrash metal, al roots rock o al grunge, solo per fare qualche esempio. Sugli 80 comunque più “visibili” ci siamo concentrati in «Classic Rock» 56, ormai quasi quattro anni fa, selezionando non senza fatica cento album tra i più epocali. I cinquanta elencati e commentati nelle pagine a seguire costituiscono invece il “lato B”.

Dischi rimasti esclusi dalle cronache per le masse e dalle classifiche, dischi di nicchia, dischi dimenticati perché magari i loro titolari hanno gettato troppo presto la spugna, dischi che non hanno inciso sulla Storia del rock, o l’hanno fatto in modo marginale, ma che hanno saputo cambiare – in meglio, è ovvio – le vite di coloro che ci sono entrati in contatto. Soprattutto, dischi diversi tra loro, ricchi di genuinità e bellissimi, che non sono i più meritevoli di una scoperta o una riscoperta – avremmo potuto proporne centinaia di altri e la qualità non sarebbe cambiata – ma che ritenevamo fosse il caso di recuperare.

Federico Guglielmi

Bauhaus, IN THE FLAT FIELD (1980)

Registrato nel cupo inverno 1979-1980, l’Lp di debutto dei Bauhaus si apre con una Double Dare che inizia come Echoes dei Pink Floyd suonata dai Black Sabbath. In realtà, i Bauhaus erano figli dei primi Adam & the Ants (di cui ereditarono i fan delusi dalla svolta pop), Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Alice Cooper (di cui riprendevano la teatralità, deviandola verso l’espressionismo tedesco) e Bowie, che li avrebbe benedetti in Miriam si sveglia a mezzanotte. Padri del gothic, cantarono l’orrore di essere giovani ai tempi della Thatcher, oscillando tra orge dissonanti e slanci di danza rock. Pietra miliare anche per molto punk e metal, classico assoluto della scuola Gothic.

Renzo Stefanel

BAUHAUS

The Jim Carroll Band, CATHOLIC BOY (1980)

Intendiamoci, se non avete letto Jim entra nel campo da basket, non sarà facile farvi comprendere Jim Carroll: poeta, scrittore e musicista, non necessariamente in questo ordine. Immaginatevi un ragazzo di talento per il basket, che diventa un mezzo zombie tossico che scrive poesie, poi canzoni, e infine si ripulisce. Ci siete? Bene, perché stiamo parlando della stessa persona. Difficile dire dove Jim sia riuscito meglio, ma questo suo esordio, caldeggiato alla label da Keith Richards, è un classico del rock di strada narrato senza filtri: vivere, soffrire, suicidi, aghi in vena, morire a New York. È solo rock, ma diventa un classico del punk. People Who Died ha fatto visita a decine di film, Crow narra di quella volta che Patti Smith cadde dal palco e City Drops Into The Night di notti rischiose. New York appunto.

Gianni Della Cioppa

2 - JIM CARROLL

The Cramps, SONGS THE LORD TAUGHT US (1980)

Raramente il rock’n’roll si è espresso in modo così oscuro, malefico, conturbante e allo stesso tempo intrigante. È il 1980, il punk rock è agli sgoccioli, esplode la new wave, si affaccia l’hardcore, ma i Cramps preferiscono scavare nei meandri più oscuri degli anni 50, alla ricerca delle gemme più scabre, violente e primitive di quel periodo per mischiarle a un’attitudine punk. Compongono brani su zombie, lupi mannari e creature affini e chiudono i giochi con una spettacolare versione di Fever. Un vago antipasto di quello che erano dal vivo: semplicemente devastanti. Produce Alex Chilton, confezionando un album da portarsi su un’isola deserta. O all’Inferno.

Antonio Bacciocchi

3 - THE CRAMPS

Dead Kennedys, FRESH FRUIT FOR ROTTING VEGETABLES (1980)

Caustici come il loro nome, i Dead Kennedys di San Francisco precorsero l’hardcore punk per poi divenirne alfieri tra i più celebrati. Il loro meglio è in questo album d’esordio, ancora legato al punk “classico” ma comunque proteso verso soluzioni più estremiste, reso originale dalle chitarre ora guizzanti e ora abrasive di East Bay Ray, da certe atmosfere perversamente epiche e soprattutto dal canto istrionico di Jello Biafra. Un feroce, imprevedibile sabba nel quale spiccano (forse) più del resto gli inni al vetriolo California Über Alles e Holiday In Cambodia, oltre a una pazzesca rilettura della Viva Las Vegas portata al successo da Elvis Presley.

Federico Guglielmi

Diamond Head, LIGHTNING TO THE NATIONS (1980)

L’album di debutto per la metal band inglese dei Diamond Head arriva con fatica e sudore: fondati da Brian Tatler e Duncan Scott nel 1976, grazie a due demo autoprodotti riescono ad aprire per gli AC/DC e gli Iron Maiden. Senza un contratto e con la disperata esigenza di saltare sul carrozzone della NWOBHM, pubblicano LIGHTNING con la (loro) etichetta indipendente Happy Face Records. Registrato in una settimana a Worcester, diventa un disco di grande influenza per band come i Metallica: non a caso, il master originale di quest’album – la cui prima edizione è un vero sacro Graal per i cacciatori di vinili rarissimi – sarebbero stati ritrovati in Germania dall’appassionato Lars Ulrich per una compilation del 1990.

Luca Fassina

5 - DIAMOND HEAD

Killing Joke, KILLING JOKE (1980)

Il mix di funk, punk e dub reggae dei Killing Joke attira l’attenzione del dj John Peel che contribuisce alla crescita della loro notorietà mentre la band scivola lentamente in quell’ibrido tra hard rock, gotico e new wave dell’omonimo Lp, registrato praticamente live e autoprodotto al Marquee Studio di Londra: ritmi tribali, suoni meccanici, dance, elettronica distorta, gettano le basi per la nascita della musica industrial che anni dopo vedrà nascere band come Ministry, Nine Inch Nails, Deftones. Tra i momenti topici del disco, troviamo la cerimonia funebre di Requiem, le sperimentazioni avant-garde di Wardancee S.O.36, Tomorrow’s World, nel quale si sentono riverberi di Siouxsie and the Banshees.

Luca Fassina

6 - KILLING JOKE

Frank Marino & Mahogany Rush, WHAT'S NEXT (1980)

L’italo-canadese è ormai la stella mentre il nome di Mahogany Rush si trasforma in quello della band d’accompagnamento, sempre con Paul Harwood e Jimmy Ayoub. In più in tre pezzi si aggiunge il fratello Vince. Nel titolo è posta la domanda e la risposta è scintillante. L’interplay è pazzesco, Frank schitarra e svisa magnifico, il roccioso hard blues, le jam e il groove impazzano. Tre cover, Mona, Rock Me Baby, Roadhouse Blues, e originali davvero brillanti come il lungo Loved By You, il torridissimo You Got Livin’, Rock’n’Roll Hall Of Fame, Finish Line con sfumature jazz e l’esaltante cavalcata di Something’s Comin’ Our Way.

Mario Giugni

7 - FRANK MARINO

The Pretenders, PRETENDERS (1980)

Dopo aver frequentato il giro punk dei Pistols e scribacchiato per l’«NME», l’americana Chrissie Hynde giunge matura 29enne all’esordio su Lp con la band da lei fondata insieme a James Honeyman-Scott (chitarra), Pete Farndon (basso) e Martin Chambers (batteria): un capolavoro di power-pop che alle orecchie odierne suona più ruvido e punkeggiante di quanto apparve ai contemporanei (Precious, The Wait, Brass In Pocket), pur non mancando episodi melodiosi di “Sixties pop” (Kid e Stop Your Sobbing cover di Ray Davies, futuro moroso della cantante). Il vero asso nella manica di PRETENDERS è comunque la voce, sexy e grintosa, della Hynde: la Numero Uno, tra le rocker al femminile di quegli anni.

Francesco Donadio

8 - PRETENDERS

Rockpile, SECONDS OF PLEASURE (1980)

Una delle band più famose dei primi anni 80, senza avere nulla in comune con gli anni 80. Gli inglesi Rockpile andrebbero venerati anche solo aver dato i natali artistici a Dave Edmunds, chitarra, e soprattutto a Nick Lowe, basso, entrambi cantanti. Nell’unico disco pubblicato con questo nome, si respira un’atmosfera Sixties che è una delizia, chitarre soffici, melodie vocali sofisticate e canzoni che si ascoltano con il play in modalità ripetizione. L’etichetta ci crede così tanto che il contratto è per cinque dischi, che vengono poi spalmati nelle carriere soliste di Edmunds e soprattutto Lowe. Il batterista è Terry Williams che ritroveremo nei Dire Straits e con Paul McCartney, l’altro chitarrista Billy Bremner, volto dei Pretenders. Cos’altro dire?

Gianni Della Cioppa

9 - ROCKPILE

The Sound, JEOPARDY (1980)

La verità indicibile forse è questa: The Sound non sono diventati delle leggende perché il loro leader, l’inquieto Adrian Borland, suicida nel 1999, non aveva il physique du rôle: non era scheletrico, bello e alla moda come le sue canzoni. Il suo look poteva andar bene per i fan dei Dire Straits; la sua musica, nervosa, tormentata, autodistruttiva eppure vibrante di energia, no. Così, nonostante questo primo formidabile Lp, quintessenza del post-punk, esaltato dalla critica, The Sound rimasero un culto. Chitarre taglienti, basso pulsante, tastiere dissonanti, batteria secca, voce angosciata, parole disperate: specchio perfetto di una vita che non vuole morire. Capolavoro da serie A del rock.

Renzo Stefanel

10 - THE SOUND

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Classic Rock Italia 103 Sprea Editori
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