L’uomo antenna di Franco Battiato

franco battiato

Nella visione artistica di Franco Battiato, l’uomo deve farsi antenna del mondo sonoro che lo circonda, senza alcun preconcetto...

Aspettando l’alba

Avevo cinque o sei anni quando le domeniche arrivavano tristi e inesorabili sulle ringhiere del pomeriggio, suonando dischi a un volume che inondava i cortili circostanti (...e l’ascolto era obbligatorio!). Dentro le case, l’aria di festa ne preparava il rito: corpi freschi di bucato, i vestiti belli sotto l’odore della brillantina. “Sei pronta? Guarda che facciamo tardi!”. I parenti o gli amici, i benefattori o i nemici, li aspettavano, e loro erano pronti per la visita mondana... pronti per farsi vedere e confrontarsi sotto nuove forme. Il sapore del sapone che mi rimane, è quasi un particolare.

E mentre, sporco di terra sui campi di gioco, ascoltavo canzoni cantate a squarciagola (quasi a non farmi pensare che avrei già potuto intuire un’altra musica), Karlheinz Stockhausen componeva Kreuzspiele viveva in pieno la sua nascente intuizione elettronica... a 2500 km di distanza. Santo Dio! L’ironia della morte sugli orizzonti della povera gente! Vent’anni dopo, una notte, tornando da un concerto, mi fermai in un paesino ad aspettare l’alba. Con grande meraviglia ed emozione, scoprii che l’unico commento musicale che sentivo possibile per quella magia ottica, erano delle sintonizzazioni che avrei potuto ottenere con un ricevitore a onde corte.

Sapete cosa significa non dormire per eccitazione musicale? Intuire nuove prospettive senza smarrimenti esistenziali? Ricevere stimoli e impulsi inauditi? La prima volta che ho sentito Stockhausen dal vivo, l’ho provato! La verità, in fondo, è solo una! Non è giusto che la tua sia diversa dalla mia. Se interpretiamo una stessa cosa in due modi differenti, stai sicuro che uno di noi due sbaglia. Se a te piace un complessino di musica pop e a me Stockhausen, mi spiace molto per te, senza scuse! Chi ha ragione?

Quando avevo diciotto anni leggevo libri “seri”, ma non avevo ancora capito che c’era un’altra musica, una musica diversa da quella ufficiale (quest’ultima manovrata da quelli che sostengono che tanto la gente certe cose non le può capire). La musica classica per esempio è un patrimonio enorme, qualitativamente enorme, ci stanno profondità, altezze, che danno più senso alla vita. La musica classica non interessa un certo tipo di giovane a cui del passato frega ben poco e che ha bisogno di discorsi contemporanei. Certo è che ci sono autori (Castaldi, Stockhausen, Reich) che sono già il futuro più chiaro della musica.

Tutto è immagazzinato nelle nostre cellule per ereditarietà dei patrimoni biogenetici e per trasmissione socio-culturale e telepatica: le conquiste degli altri, se decidiamo di volerlo, sono anche nostre, usiamole! Usiamo questa benedetta memoria genetica, prima che la pigrizia e la mancanza d’uso l’arrugginisca.

Ricaricare l’energia

Ho cominciato facendo musica leggera perché in un’epoca di miti sembrava indispensabile tendere al successo. Poi, fortunatamente, ho capito che tutto sommato ci sono dei valori diversi, ho cambiato strada e ho fatto un album nel 1972 intitolato FETUS. Se noi facessimo ascoltare dall’album BATTIATO del 1977 a una tribù primitiva, sono sicuro che avrebbero reazioni assai diverse, più immediate, rispetto a un occidentale: un rapporto con il suono più preciso, perfetto, senza bisogno di alcuna informazione.

Poiché è una musica che riguarda, infatti, lo spirito, non la materia. L’Occidente ha spostato tutto a livelli mistificatori, sostituendo il superfluo al problema-base. È il problema della musica intesa come fatto estetico: in tal senso, il Novecento ha fatto un bel lavoro. Chi ascolta, è sempre in sintonia solo con una parte della musica. E questo è il pregiudizio, la prevenzione, tali da far sembrare pesante una musica che in realtà non lo è assolutamente.

Io non posso sopportare la disco music, sebbene trovi divertente una parte della musica leggera, come Bob Dylan ad esempio. Ho sempre sostenuto che la musica non deve scaricare energia, ma ricaricare di energia. La carica deriva dal fatto che qualcuno che ascolta un dato tipo di musica, già potenzialmente cancella tutto ciò che è in lui, mettendo in discussione la sua stessa vita alla luce di ciò che sta ascoltando. Nasce così la possibilità di un’autocritica. Questa è per me la carica, la coscienza di “essere” in ogni momento.

Quindi, la facoltà di controllare una parte della tua mente che potrebbe lasciarsi andare a cose scontate, a favore di altre utili all’evoluzione del tuo pensiero. Mi auguro che ciò valga anche per la mia musica. Fortunatamente la musica gode di una sintassi diversa, ad esempio, da quella letteraria e sono sicuro che fra cinquant’anni si ascolterà la mia musica, probabilmente più di qualunque altra.

Fonte: pagina facebook ufficiale

Sull’orlo dell’abisso

Stockhausen ha allargato l’udibile. Quando riesci a individuare dei suoni nuovi, nel momento in cui quei suoni ti arrivano al cervello provocano nell’ascoltatore delle aperture neuroniche. Io sono piuttosto interessato alla concatenazione dei suoni: scelgo e utilizzo dei materiali che per me hanno un significato, anche se non ce l’hanno apparentemente, per creare una consequenzialità sonora, seguendo una sintassi precisa.

Nella seconda facciata di FETUS c’è un brano che si chiama Anafase, che utilizza Aria sulla quarta corda di Bach, facendola girare a una velocità inferiore, quasi al rallentatore. Su quella, ho aggiunto le voci degli astronauti dell’Apollo XI, il loro dialogo con Nixon che da terra li contatta. Anche nel mio secondo album, POLLUTION, utilizzo un valzer di Strauss facendo queste sovrapposizioni verticali: sopra alla musica ci sono delle voci di donne e io che recito un mio testo – è una sorta di montaggio con materiale altrui, come si fa con il cinema.

E allora, quando non si usa materiale proprio, dove sta la parte del compositore? La composizione sta proprio nella scelta del materiale, nella scelta dei ritmi e delle pause, è un altro tipo di composizione. Stockhausen era un uomo di una simpatia travolgente, un entusiasta, un vulcano. Per lui il dubbio non esisteva. Aveva una casa in un bosco, dove sono andato in visita qualche volta. Un giorno mi portò a pochi passi dall’ingresso, c’era un burrone spaventoso, profondo almeno cento metri, e proprio sul ciglio lui aveva fatto sistemare un’altalena. Mi disse: “Dai, provala un po’”. “Ma tu sei matto!”, gli risposi io. Allora ci salì sopra lui e cominciò a volteggiare. Tutti i giorni si faceva un po’ di altalena sull’orlo dell’abisso.

Questo articolo è tratto dallo Speciale di Classic Rock  n.2, «Prog», disponibile sul nostro store online.

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