Leggende metropolitane: Joan Baez e il suo albero della vita

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Joan Baez era ancora una bambina quando imparò il significato di "discriminazione". Ma poi, a salvarla, arrivarono la musica e una profezia.

"Non sei bianca come noi, sei brutta e nera!". Bob Atkins non si fa scrupoli a ferire i sentimenti della sua compagna di asilo, perché i suoi genitori gli hanno insegnato che i bianchi come loro sono “normali” e che tutti gli altri colori di pelle hanno a che fare con brutta gente, dalla quale ci si deve guardare.

Joan ha solo quattro anni quando deve imparare cosa significa essere discriminati. La guerra è finita da poco, i nazisti sono stati sconfitti e le loro idee cancellate, eppure a Staten Island essere di origini messicane fa ancora la differenza. Non importa se i tuoi genitori sono rispettabili, se tua mamma discende da nobili scozzesi e se tuo padre è un inventore che passerà alla storia. Essere quaccheri, però, ha i suoi vantaggi e Joan, che è una bambina sveglia e ottimista, li coglie tutti. Vivere in armonia col resto del mondo non è una cattiva idea, specialmente quando puoi cantare e sentirti al centro di attenzioni benevole, tanto per  cambiare.

È una bella mattina di primavera quando un amico di famiglia fa a Joan un regalo inaspettato: un ukulele. Joan non lo sa ancora, ma quello strumento le cambierà la vita. Impara a strimpellare qualche accordo, così da poter cantare i classici del blues e le canzoni per i sermoni domenicali. È così che Joan scopre di avere un talento. Il colore della sua pelle non è cambiato, ma la percezione che si ha di quel colore sì.

joan baez

“Andiamo o faremo tardi” è una delle frasi ricorrenti della sua fanciullezza:  assorta com’è nei libri e nella musica, Joan è sempre in ritardo su tutto, ma quella sera, per fortuna, riesce a infilarsi le scarpe di corsa e ad approfittare dell’invito di sua sorella. Non sa neanche chi sia Pete Seeger ma, quando lo sente cantare, le si apre un mondo: c'è chi sa usare la musica per parlare di cose importanti e Joan capisce che quella è la sua vocazione.

I suoi genitori temono che la musica possa condurla sulla cattiva strada, ma non possono non riconoscere il suo talento. E poi, la famiglia deve viaggiare tanto e non c’è niente che il tempo e la distanza non possano sistemare. In Iraq, dove la sua famiglia vivrà per un lungo periodo, non sono pochi i momenti in cui la giovanissima Joan mette in discussione se stessa. Quando si sente così, però, ha imparato a camminare e a cercare rifugio tra la natura, a contatto con la bellezza del mondo. In un giardino pubblico di Baghdad c’è un albero secolare, dal tronco così  massiccio e alto che si fa fatica a intravedere rami e foglie.

È lì che Joan si rifugia a meditare. “È una quercia”, le dice una signora anziana che la osserva da un po’. Joan non riesce a dire una parola, perché quella donna, dall’età indefinibile, ha uno sguardo che le fa paura.

“Ragazza mia” - le dice dopo aver preso un lungo respiro - “Vedo molte cose della tua vita, cose molto belle”. Joan, intimidita, non si muove e ascolta.

Vedo molta gente che applaudirà te e tuo figlio. Vedo l’amore nella tua vita, vedo un uomo ebreo che ti darà molto e che ti toglierà altrettanto, vedo anche un giovane uomo che ti regalerà una mela e una donna accanto a te che vivrà per cento anni.

Perché questo albero e così importante per Lei?”, le domanderà qualche tempo dopo un giornalista invitato a farle un’intervista nel suo ranch, colpito dalla bellezza della quercia gigante che protegge, di fatto, gran parte della casa.

Sa. Ho acquistato il ranch proprio per la presenza di quest’albero, un albero che ho nel cuore da mezzo secolo. Sotto quest’albero, mi è stata predetta la vita.

Il giornalista la guarda e Joan capisce che, a volte, dire la verità negli anni Duemila equivale un po’ a essere di origine messicana negli anni Cinquanta. “Lei crede alle streghe?”, chiederà Joan  al giornalista mentre lo riaccompagna all’uscita.

Questo articolo compare originariamente nel numero #46 di "Classic Rock Italia", a cura di Cristiana Turchetti.
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