Mambo italiano I: i batteristi italiani che hanno fatto la storia

gianni dall'aglio batterista ribelli

Bistrattata e snobbata, la scena musicale italiana ha prodotto eccellenze in ogni ambito, quello percussivo incluso, relagandoci una serie di batteristi che per classe, tecnica inventiva, hanno poco da invidiare ai più blasonati colleghi internazionali.

Proponiamo una breve lista cronologica di alcuni tra i più rappresentativi sia a livello storico che creativo, senza la pretesa di esaustività, ma solo con quella di elencare alcuni tra quelli stilisticamente, per importanza e simbolicamente più rilevanti.

Testo di Antonio Tony Face Bacciocchi

La batteria come protagonista

Uno tra i primi (il primo?) a far diventare la batteria protagonista in un periodo in cui era puro e semplice accompagnamento di sottofondo è Gegè Di Giacomo, che non fu mai un personaggio disponibile a rimanere in secondo piano. Se ne accorsero anche Renato Carosone e Peter Van Wood quando nel 1949, alla ricerca di un batterista con cui iniziare l’attività in un nuovo club napoletano, si trovarono davanti l’aspirante candidato privo del suo strumento.

Senza minimamente scomporsi, Gegè improvvisò una batteria prendendo una sedia, un vassoio, dei bicchieri, un fischietto e due pioli di una scala al posto delle bacchette, conquistando subito, con la sua genialità, i favori di chi lo stava esaminando ed entrando ufficialmente nel Renato Carosone Trio. Gegè aveva alle spalle già una lunga e dura gavetta con il fratello, quando, ancora piccolo, improvvisava i rumori e le colonne sonore per i film muti. Questa esperienza caratterizzerà tutta la sua attività: a un’enorme tecnica e un grande gusto, unì infatti sempre una naturale teatralità.

Rimase a fianco di Carosone e dei suoi successi fino al suo ritiro, alla fine degli anni Cinquanta. Poi intraprese una carriera solista in tono minore, prima che una lunga malattia lo costringesse al ritiro. È scomparso nel 2005. Tra le sue migliori prestazioni, due classici del repertorio di Carosone: ’O sarracino, in cui Di Giacomo alternava, nelle versioni dal vivo, un tempo in chiave mambo con un groove swing, intervallato da numerosi ricami percussivi; e Tu vuò fa’ l’americano, con la parte strumentale caratterizzata da uno swing ritmico pulsante alla Gene Krupa, molto moderno ma sempre personalissimo con quegli inserti di sapore tipicamente partenopeo.

Arriva il rock and roll

Nello stesso periodo in cui la carriera di Gegè subisce l’inesorabile declino, un appena quattordicenne Gianni Dall’Aglio esordisce nella band del poco più vecchio Adriano Celentano, che nel 1959 è già artista di discreta fama in Italia, alla testa degli “urlatori” che si ispirano al neoarrivato rock’n’roll: si chiamano Ribelli e affiancheranno a lungo il Molleggiato. Nel 1968, i Ribelli si affacciano persino in Classifica con un memorabile singolo (Pugni chiusi) e con uno splendido album in cui fondono beat e rhythm and blues (per inciso, alla voce c’è un tale Demetrio Stratos, pronto a spiccare il volo verso l’Olimpo della musica italiana di tutti i tempi con gli Area).

La vicenda artistica di Dall’Aglio si dipana poi fino ai nostri giorni ed è brillantemente riassunta nell’ottimo libro autobiografico Batti un colpo, di fresca pubblicazione. Tra i momenti clou, merita una segnalazione la prolungata collaborazione con Lucio Battisti, con cui Gianni incide album come IL MIO CANTO LIBERO (1972), ANIMA LATINA (del 1974 anche se la sua presenza in tutti i brani è tuttora controversa e oggetto di polemiche e discussioni tra i fan), LUCIO BATTISTI, LA BATTERIA, IL CONTRABBASSO, ECCETERA (1976). Di quel periodo resta anche la sua apparizione in un indimenticato duetto televisivo di Battisti con Mina nella trasmissione Teatro 10. Gli anni 70 lo vedono protagonista in sala al servizio di Loredana Bertè, Patty Pravo (suo il drumming in Pensiero stupendo), Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Mario Lavezzi, Fabio Concato, Alberto Radius e Pierangelo Bertoli. Incide due album con Il Volo (con Radius, Lavezzi e Vince Tempera) e si cimenta anche in chiave solista con un buon lavoro in chiave pop prog, molto sottovalutato e troppo presto dimenticato.

Attualmente, gestisce una scuola di musica nella sua Mantova e dirige seminari di batteria. Stile asciutto, pulito, versatile, preciso, adattabile a ogni genere, è il perfetto comprimario per le più svariate espressioni musicali: ascoltate l’irruenza energica di una delle migliori versioni di sempre del classico rhythm and blues Get Ready dei Temptations riproposto dai Ribelli nel 1968 (con Stratos in un’interpretazione da antologia), in contrasto con la pulizia e l’essenzialità di Confusione di Battisti (IL MIO CANTO LIBERO), con uno stupendo corredo di percussioni minimali.

Quello della PFM

Mentre Dall’Aglio macina successi con Celentano, il nuovo fervore beat vede la nascita di una lunga serie di gruppi più o meno interessanti, più o meno longevi, più o meno di spessore, spesso dalla vita limitata a un 45 giri o poco più. Fra questi, I Quelli, attivi da metà degli anni 60, dopo alcune brevi esperienze in gruppi minori, in cui militano i chitarristi Franco Mussida e Alberto Radius, il futuro attore/comico/cabarettista Teo Teocoli alla voce e il non ancora ventenne Franz Di Cioccio alla batteria.

Incideranno qualche 45 giri prima di cambiare nome in Krel e, subito dopo, agli inizi degli anni 70, dopo una serie di avvicendamenti di formazione, in Premiata Forneria Marconi. La storia della PFM è nota e gloriosa, il loro “prog mediterraneo” conquista Italia e non solo – la band è infatti una delle poche ad aver ottenuto un certo riscontro anche nel difficile, soprattutto all’epoca, mercato americano.

Successivamente, Di Cioccio lascerà le bacchette per dedicarsi, come aveva fatto Phil Collins nei Genesis, prevalentemente al canto. Con la band scrive anche una delle pagine più note e celebrate della musica italiana: il tour del 1979 come backing band di Fabrizio De André, di cui la PFM riarrangia completamente le canzoni (I Quelli avevano partecipato anche all’album di Faber LA BUONA NOVELLA, nel 1970). Sempre attivissimo, Di Cioccio è anche attore, scrittore, presentatore (è il primo negli anni 70, con la trasmissione culto Punk e a capo, a portare in televisione i videoclip, soprattutto di gruppi punk e new wave, contribuendo non poco alla sua diffusione tra i giovani – caso curioso e paradossale, essendo il leader di un gruppo prog, genere che il punk si preoccupò di spazzare via).

È anche autore di libri, è stato nella giuria del Festival di Sanremo e tanto, tanto, altro. Tecnicamente è di caratura eccellente, potentissimo, con un’impostazione quasi hard rock (sentite in certe versioni di Celebration quanto picchia!), ma in grado di esibirsi in evoluzioni stilistiche complessissime (vedi Generale da PER UN AMICO, poi riproposta per il mercato USA con il titolo Mr 9 Till 5).

Questo articolo è tratto dallo speciale di Sprea dedicato ai 50 Batteristi che hanno fatto la storia del Rock. Clicca qui per avere la tua copia!

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