7 assoli di batteria che hanno reso iconiche queste canzoni

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La batteria è uno strumento affascinante che tra le mani di talentuosi interpreti si dota di eclettiche sfumature sonore. Tra improvvisazioni, alterazioni sonore e tecniche avanguardiste, ci sono 7 brani rock che hanno goduto del prezioso intervento dell'assolo di batteria. Conosciamoli meglio. 

My Generation (1965), The Who

Basta citare il nome di Keith Moon per assaporare la magia stilistica degli Who e ottenere la garanzia di una performance sismica. Perché il folle ed energico batterista era celebre per la sua verve distruttiva, insita in uno spirito focoso, governato da un potere quasi sovrannaturale tra le sue bacchette. Con My Generation, sesta traccia dell’omonimo album di debutto della band britannica e simbolo generazionale, Moon trova la sua apoteosi energica. Rimarrà negli annali della musica l’esibizione agli studi CBS Television di Los Angeles, in cui il batterista nascose dell’esplosivo in una delle grancasse, per poi colpirla al termine dell’esibizione. Tra graffi abrasivi e qualche danno all’udito, Moon mantiene alta la sua bandiera.

Toad (1966), Cream 

Solamente incorniciata da brevi accenni di basso e chitarra, Toad è un’intera traccia strumentale di cinque minuti, in cui il rosso dei Cream delizia la contemplazione acustica. Così Ginger Baker, uno dei migliori batteristi della Storia, approda da solista in chiusura all’album di debutto della band, FRESH CREAM (1966). E il suo tocco è inconfondibile, in un approccio istintuale e vibrante. Così se White Room è la punta di diamante del canto di Jack Bruce e Sunshine Of Your Love  è l’orgoglio alla chitarra di Eric Clapton, Toad è uno dei migliori assoli liberatori di Baker. Tanto amato da Bruce perché così poteva andare a fumare. Parole sue!

The End (1969), The Beatles

Gli assoli non mi hanno mai interessato, e quell’assolo è ancora oggi l’unico che abbia mai fatto. Così l’eterno batterista dei Beatles, Ringo Starr, ha raccontato la sua esperienza solista alla batteria, rievocando il suo primo e ultimo assolo in The End. Non uno dei brani più conosciuti dei Fab Four, ma una perla di ABBEY ROAD (1969) in cui Ringo, come un mastro burattinaio, tesse le fila della canzone, invocando un avvolgente magnetismo sulle melodie scritte da Paul McCartney. La voce di quest’ultimo viene perfettamente cadenzata su una delicata base che cresce su un climax verticale. Così 2.21 minuti dell’unico assolo di una carriera bastano a tracciare il talento del suo musicista.

Moby Dick (1969), Led Zeppelin

Se i Led Zeppelin sono una patinata auto da corsa che sfreccia verso una crescita estatica, John Bonham è il roboante motore che la muove. Ecco dunque che non possiamo immaginare la band senza il suo quarto diamante, Bonzo. Tanto che, con la prematura morte del batterista nel 1980, il gruppo si sciolse. Ma è 10 anni prima che trova luce un assolo alla batteria di mirabile bellezza, performato alla Royal Albert Hall nel 1970. Qui Bonham librò il suo vezzo stilistico su Moby Dick, traccia strumentale di LED ZEPPELIN II che raggiunse oltre quindici minuti di esibizione solista allo strumento. Così è difficilissimo tenere il tempo frenetico di Bonham, che suona su una tripletta di note conosciuta come il pattern Bonham Triplets, oggi molto usato nel jazz e nel rock.

YYZ (1981), Rush

Neil Peart, camaleontico batterista dei canadesi Rush, condivide con Baker e Bonham il podio come sopraffino maestro dello strumento. E il suo tocco, preciso e mirato, gioca la sua migliore performance su due brani: Tom Sawyer e YYZ.  Entrambi condividono una porzione di MOVING PICTURES, considerato il capolavoro della band e pubblicato nel febbraio 1981, ma la seconda canzone ha una precisa peculiarità. Si costruisce infatti sul Codice Morse dell’identificatore di posizione dell’aeroporto di Toronto e rilascia la sua energia in una complessa architettura di battiti meccanici, avvolti in una rete di incastri e improvvisazioni. L’effetto è disturbante e avvolgente, in un’evocativa atmosfera futurista sorprendente.

In The Air Tonight (1981), Phil Collins

Chiunque pensi a un distintivo assolo di batteria non può non prendere in considerazione In The Air Tonight, l’avanguardista brano che codificò Phil Collins come simbolo degli anni Ottanta. Ed ecco che al minuto 3.16 un suono molto particolare allo strumento cattura la fascinazione dell’ascoltatore. E pensare che nacque tutto da una svista, dato che un particolare microfono installato dall’ingegnere del suono nello studio di registrazione colse involontariamente dei battiti alla batteria. Questi vennero così compressi, abbassando i toni più alti e alzando i più lievi, in un’omogeneizzazione di un attimo, che però salta immediatamente all’orecchio. Solo la particolarità di questo suono alterato traccia la firma iconica di una canzone eterna.

Hot For Teacher (1984), Van Halen

Sul miglior intro alla batteria degli anni Ottanta se la giocano Alex Van Halen con Hot For Teacher e Matt Sorum dei Guns N’ Roses per You Could Be Mine. Tuttavia è il primo brano, simbolo dell’hard rock, ad eleggere Van Halen come indomito vincitore. E per una volta non si parla del mirabile talento del fratello Eddie, ma di una scarica elettrostatica sulla grancassa che risponde allo spirito selvaggio del suo musicista. Così in 1984, sesto album della band, non è solo Jump a guadagnarsi un posto sotto i riflettori, ma anche la palpitazione febbrile delle bacchette di Alex. Questo tiene perfettamente il tempo della voce di David Lee Roth e della chitarra di Van Halen Junior.

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