Le Orme e il tour con Peter Hammill raccontati da Tony Pagliuca

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La forza delle idee, la voglia di cambiare: le sue sceltea volte hanno reso il cammino delle Orme meno lineare,ma sicuramente più stimolante...

Testo: Paolo Carnelli e Ernesto De Pascale | Questo articolo è tratto dallo Speciale «Prog», disponibile sul nostro store online.

Se provate a sfogliare qualche rivista degli anni Settanta, come «Ciao 2001», «Super Sound» o «Qui Giovani», nella sezione dedicata alla corrispondenza dei lettori troverete spesso il nome di Tony Pagliuca: delle tre Orme, era lui a prendersi la briga di rispondere alle critiche e cercare di spiegare che il successo commerciale non poteva essere demonizzato, o che la ricerca musicale della band doveva proseguire sempre e comunque, anche a costo di adottare svolte brusche e radicali.

Troppo spesso impropriamente accostato a Keith Emerson, del quale non poteva avvicinare la perizia strumentale, Pagliuca compose le musiche sotto la supervisione del produttore Gian Piero Reverberi e scrisse i testi, talvolta criptici, di molti dei brani del periodo più fecondo del gruppo veneto.

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Le Orme in sintesi

Dopo un viaggio a Londra, respirai il fermento che si stava creando oltremanica. Persuasi i miei compagni ad abbandonare il retaggio della canzone beat, strofa-ritornello e, per fargli capire bene cosa intendevo, decisi che avremmo dovuto andare tutti al celebre concerto dell’Isola di Wight, dove suonavano Hendrix, Miles Davis e i neonati Emerson, Lake & Palmer.

Ispirato soprattutto da questi ultimi, decisi di cimentarmi nell’improvvisazione all’Hammond, anche se devo dire che lo strumento che ci ha permesso di approdare al rock-progressivo è stato il sintetizzatore: a differenza dell’Hammond, che fu comunque importantissimo, il sintetizzatore ti permetteva di spaziare verso sonorità più psichedeliche, più sognanti.

Per questo motivo, UOMO DI PEZZA resta per me l’album più liberatorio di tutta la discografia delle Orme. Il precedente COLLAGE racchiudeva tutte le problematiche dell’opera prima: carico di ardore ed entusiasmo, spinto da incontenibile voglia di esprimersi e di cambiare il mondo, si affermò esplodendo sul mercato. Ormai ce l’avevo fatta. Appagato e soddisfatto, mi ero avviato verso i lidi della contemplazione da cui poter liberare tutta la gratitudine per il creato. Da questo sentimento è scaturita la serie di storie rivolte al femminile che compongono UOMO DI PEZZA, che può e deve essere considerato come un vero e proprio concept album.

La copertina surrealista, opera dello scomparso Walter Mac Mazzieri, dipinge magistralmente l’uomo ancora immaturo di fronte all’inesplorato mondo spirituale femminile. Fu allora che Gioco di bimba scalò la classifica dei 45 giri, così, quando la eseguivamo nei concerti, a volte venivamo addirittura fischiati... ma estrapolarla dal contesto di UOMO DI PEZZA non ha molto senso. È un brano che ha avuto la fortuna di diventare popolare, e non vedo dove sia il problema: noi siamo liberi di ascoltare una canzone che ci piace quanto, dove e come ci pare.

Poi ci fu FELONA E SORONA, e dopo CONTRAPPUNTI, che fece registrare un netto calo delle vendite, anche se non penso che i gusti del pubblico fossero già cambiati. Piuttosto, un lavoro che si presenta con un titolo come CONTRAPPUNTI è come se fosse idealmente indirizzato a una più stretta cerchia di ascoltatori: era un tentativo di andare oltre il prog, per approdare alla musica classica.

Nell’album STORIA O LEGGENDA che registrammo a Parigi nel 1977, c’è un brano che si intitola Il musicista, ed è di fatto il testamento artistico della band: nelle parole del testo riflettiamo sulla condizione del musicista girovago, che per inseguire gloria e sogni rinuncia alla tranquillità e alle proprie radici, il paese di origine, gli affetti, la famiglia.

Furono queste le riflessioni successive alle esperienze fatte prima in Inghilterra con FELONA E SORONA, e poi in America con AMICO DI IERI: sogni che ritenevamo già vissuti e ormai passati. C’era il bisogno di tornare a casa, di fare qualcosa che fosse davvero nostro, e questo ritorno a casa per me era rappresentato dal piano, dal clavicembalo e dal violino.

FLORIAN era il disco che avrebbe dovuto formalmente chiudere la nostra storia con la casa discografica. PICCOLA RAPSODIA DELL’APE, invece, fu quasi esclusivamente il parto artistico di Germano Serafin, nostro chitarrista e violinista. A ogni modo, eravamo giunti alla fine del nostro percorso, e il clima all’interno della band non era più bello come un tempo.

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In tour con Peter Hammill

Tutto nacque attraverso la nostra amicizia con Armando Gallo, collaboratore di «Ciao 2001». Armando seguiva molto bene Le Orme e, quando veniva qua nel Veneto, spesso passava a casa mia e stavamo giorni interi insieme. C’era un legame molto forte, oltre a quello che può essere il classico rapporto tra il musicista e il giornalista che ti faceva l’intervista.

C’eravamo conosciuti a Londra nel 1969, il mio primo contatto con la musica professionale: grazie a lui ho incontrato altri musicisti londinesi... insomma, nel tempo era nata una vera amicizia. All’epoca Le Orme non avevano ancora uno spettacolo completo per il teatro: il nostro era uno show più breve; il fatto di avere un ospite certamente agevolava il nostro compito di dare al pubblico due ore di musica varia e senza cadute di dinamica. Quindi, sin dal 1971, era nostro uso, ed era comodo per noi e per il pubblico, avere un ospite che suonasse prima di noi: in questo senso, il primo ospite fu Angelo Branduardi, quando era ancora sconosciuto.

Quando pensammo a Peter Hammill come ospite per i nostri concerti del 1972, la scelta fu dettata principalmente dalla risonanza che il suo nome aveva in Italia, per il suo seguito. Chiedemmo prima a Carlo Vernassa, che era l’impresario dei New Trolls: ci disse che la cosa poteva funzionare, così si mise in contatto con il manager inglese di Hammill. Da parte mia conoscevo bene i Van der Graaf Generator: avevo ascoltato PAWN HEARTS fino a consumarlo. Lì dentro c’è una tale forza, una tale mistura di sonorità e di energie che credo sia rimasta insuperata in tutta la loro discografia.

La “favolosa tournée delle Orme con ospite Peter Hammill”, come recitava una pubblicità dell’epoca, ebbe inizio con il gran pienone al Palasport di Bologna l’8 dicembre del 1972 e proseguì fino al 22 dicembre, con ben quattordici date e ventisette concerti: la particolarità era che quasi tutte le date prevedevano il doppio spettacolo pomeridiano (alle 17) e serale (alle 21.30). Il doppio spettacolo era pensato per gli studenti, ma onestamente per noi era difficile sostenere questi ritmi.

Anche i tecnici erano sottoposti a uno stress notevole, perché appena arrivavano in teatro, dopo aver viaggiato di notte, dovevano montare subito tutto e permetterci di fare il soundcheck già nel primo pomeriggio. Io spesso, tra uno spettacolo e l’altro, non tornavo neanche in albergo, ma mi nascondevo dietro le quinte dove c’erano queste grandissime casse di compensato che avevamo fatto fare per portare i fari e gli strumenti, e mi addormentavo lì sopra con una coperta.

La tournée con Hammill fu molto discussa; in alcune occasioni durante la performance di Peter la gente si spazientiva e iniziava a gridare “Orme – Orme”. Questo atteggiamento faceva male sia a noi che a lui, anche se, onestamente va detto, non era facile seguire il suo spettacolo: Hammill si presentava infatti nudo e crudo, da solo alla chitarra e al pianoforte, un pianoforte verticale che gli avevamo procurato noi. Ai giorni nostri questo modo di presentarsi è attualissimo, ma forse all’epoca era troppo “avanti”: il pubblico non era ancora educato a questo tipo di proposta così scarna, e dopo mezz’ora di spettacolo qualcuno si stancava.

Forse la colpa fu anche nostra, avremmo potuto mediare, inventarci qualcosa: magari sarebbe bastato che qualcuno di noi fosse uscito verso la metà del concerto di Peter a fare un pezzettino insieme a lui e avremmo risolto il problema.

Sicuramente la lingua è stata un grande ostacolo tra noi, perché è nelle sfumature che si riesce a comunicare veramente. Non potendo comunicare in profondità, dal mio punto di vista, il rapporto tra me e Hammill rimase superficiale: purtroppo quando conosci poche parole, parli solo delle formalità o delle cose necessarie, tipo del camerino o dell’albergo.

Sarebbe stato bellissimo poter avere un po’ di intimità in più, potersi guardare negli occhi e chiedergli quali fossero le sue fonti di ispirazione, o cosa provasse quando componeva, e tante altre cose.

Questo articolo è tratto dallo speciale di «Classic Rock» n.2, dedicato al Prog. Puoi trovare la tua copia sul nostro store online.

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