FALLING INTO INFINITY e il boccone amaro per i Dream Theater

Il 23 settembre 1997 usciva un album controverso del gruppo progressive metal per eccellenza, i Dream Theater, che subì una deviazione di intenti  per esigenze commerciali. 

Loro sono i Dream Theater, gruppo progressive metal di riferimento per un genere che vive sulla libertà compositiva. Il loro stile si nutre di improvvisazione durante la fase creativa, abbraccia il polistrumentismo e le infinite sfumature musicali che nascono dall'interazione dei musicisti. E qui nasce la magia, che esplode in un disco come METROPOLIS PT.2: SCENES OF A MEMORY (1999). Un concept album votato a un'involuta e ampia narrazione musicale di una storia, che accompagna il suo ascoltatore in un giro di giostra estatico. 

Tuttavia la storia insegna che i musicisti non possono fare sempre quello che vogliono, anzi. Molto spesso la loro vena creativa è frenata dai burattinai delle case discografiche e alla loro valutazione del progetto in base alla ricezione commerciale.

E questo avvenne anche 23 anni fa, con un compromesso musicale tra i Dream Theater e la East West Records, che non era soddisfatta dell'accoglienza del loro precedente album, AWAKE (1994). Un anno sfortunato, che aveva visto anche l'allontanamento del tastierista storico Kevin Moore e l'ingresso del non molto apprezzato Derek Sherinian, che apparteneva a un diverso genere musicale. 

Così la band si trovò di colpo a dover trovare affinità musicale con un nuovo tastierista, in un periodo di continui litigi e scontri interni, con la richiesta aggiuntiva di riadattare il proprio stile. La casa di produzione, infatti, richiedeva canzoni più brevi e più commerciali, improntate a un sound che fu riconosciuto molto affine a quello dei Metallica. Compaiono quindi più ballads, tra cui spicca Peruvian Skiesdi poco più di sei minuti, guidata dalla calda voce di James LaBrie e dalla prevalente chitarra di John Petrucci, con una tenue batteria di Mike Portnoy

Insomma, un bel cambiamento per i Dream Theater, che non accolsero con entusiasmo l'album, così come molti dei loro fan. Complice poi il cambiamento estetico della copertina dell'album. La grafica di testo non rispecchia infatti quella dei precedenti dischi e gli scenari fantascientifici si sostituiscono a un ritratto più soft, dietro la penna di Storm Elvin Thorgersonautore di quasi tutte le copertine dei Pink Floyd.

Un album diverso sotto tutti gli aspetti dunque che, nonostante rappresentò un boccone amaro per la band, non può essere totalmente crocifisso. 

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